Uno spazio straordinario


La mostra è ospitata negli spazi restaurati a fini museali dall’Autorità Portuale di Trieste, nell’ambito di un progetto finanziato dall’Unione Europea per la creazione di un polo culturale che comprende, oltre alla Centrale Idrodinamica, che forniva forza motrice a tutte le gru del Porto Vecchio, anche il Magazzino 26 e la Sottostazione Elettrica.

Una scelta – questa della sede della mostra – fatta dal Comune di Trieste insieme all’Autorità Portuale di Trieste per valorizzare gli spazi storici e per la caratteristica stessa del luogo che permette le migliori condizioni per l’esposizione della Collezione del Lloyd e dei materiali provenienti da altri Archivi pubblici e privati.

La Centrale Idrodinamica


Il Porto Vecchio di Trieste è stato concepito come punto di massima eccellenza tecnologica nel panorama portuale dell’epoca. Il cuore di questo sistema articolato di edifici e impianti era costituito dalla Centrale Idrodinamica che alimentava il movimento di tutti gli apparati attraverso una fitta rete di tubazioni ad alta pressione che raggiungeva ogni parte di quello che all’epoca era chiamato “Der Neue Hafen” (Il Porto Nuovo).

L’edificio della Centrale Idrodinamica, costruito verso la metà dell’Ottocento, può considerarsi, nell’ambito portuale di Trieste, un edificio speciale, coniugato secondo la sua particolare funzione: produzione di energia. L’evoluzione quasi violenta e rivoluzionaria della tecnica, l’invenzione delle macchine a vapore e la necessità continua di produzione, portarono ad un consumo sempre maggiore di materie prime. Si richiedevano sempre più macchine speciali anche per il lavoro portuale, come gru o mezzi di sollevamento, con nuovi metodi e tecnologie e per farle funzionare occorreva energia e quindi nuovi impianti per garantirne il funzionamento anche 24 ore su 24.

La Centrale Idrodinamica, per la sua ubicazione, le sue dimensioni e la sua disposizione presentava caratteristiche degli edifici industriali. Semplice, essenziale ma soprattutto funzionale, l’impianto costruttivo dell’epoca doveva permettere l’organizzazione dello spazio interno, la sistemazione delle macchine generatrici, la completa utilizzazione della forza prodotta senza compromettere non solo la stabilità e la conservazione dell’edificio ma anche favorirne la razionalità del lavoro senza creare pericolo per gli addetti. L’edificio principale era diviso in tre parti ordinate secondo le rispettive funzioni: nel primo corpo di fabbrica, a sinistra, la stazione elettrica di riconversione, nel corpo centrale i locali delle caldaie, nel corpo simmetrico a timpano, la sala macchine e le due torri degli accumulatori d’acqua. La costruzione si adattò anche quando venne abbandonata la trasmissione mossa da macchine a vapore, per l’elettrificazione del 1936 e quindi a gruppi mossi dall’energia elettrica abolendo così motori singoli per singole apparecchiature o macchine.

Il Porto Vecchio


Il Porto di Trieste, nell’immaginario collettivo, è legato alla fama internazionale raggiunta nel primo decennio del XIX secolo in qualità di primo porto dell’impero Austro-Ungarico, quando giunse ad essere il 7° porto del mondo ed il 2° porto del Mediterraneo dopo Marsiglia, per movimentazione di merci. Questa favorevole circostanza trovò origine agli inizi del XVIII secolo in seguito all’emanazione della “Patente di Porto Franco” da parte dell’imperatore Carlo VI d’Austria. Da allora e fino ad oggi il regime di porto franco è rimasto prerogativa e caratteristica peculiare del Porto di Trieste.

Nella seconda metà del XIX secolo lo scalo triestino, grazie al collegamento ferroviario con Vienna, assunse una prevalente funzione di transito, che spinse le autorità asburgiche a dare il via al primo grande piano di ampliamento delle strutture portuali: tra il 1868 e il 1883, su progetto di Paul Talabot, venne quindi realizzato il complesso oggi noto come Porto Vecchio.