La flotta del Lloyd

Navi da sultani e pontefici


Le navi del Lloyd sono di gran lusso fin dagli albori. Basti come esempio il Mahmudié, varato a Trieste nel 1837, il cui nome rendeva omaggio al sultano ottomano Mahmud II.
Il lusso orientaleggiante dei suoi interni era costato la stratosferica cifra di 16.000 fiorini. Il 15 giugno 1839 il Serraschiere e il Qapūdān Pascià del Topkapi sono inviati a bordo per visitarlo e riferire al sultano. Il comandante Pietro Marassi scrive ai dirigenti del Lloyd come la nave: «abbia prodotto sull’istante una vantaggiosa e piacevole impressione sul loro animo, dai poi che dato uno sguardo intorno cominciarono tutti e due col Giusèt ed In-Alla che ripetevano spessissimo. Ammirarono in prima il Ponte, e scesi nelle Camere esternarono sorpresa dopo d’aver fatto loro osservare ogni cosa. In Camera delle Dame restarono seduti per buoni tre quarti d’ora, ed ivi fu loro servito il trattamento.

Tra le cose servite eravi della Sciampagna, che però ricusava il Serracchiere; ma il Capitano si permise d’osservargli che ciò poteva meritare eccezione trattandosi che si beverebbe alla salute del Sultano; ed allora prese e bevette, non forse per la prima volta». Del Mahmudié si era tanto favoleggiato che anche Gregorio XVI vuole visitarlo durante uno scalo ad Ancona nel 1841. Il papa resta così colpito da quel piroscafo da concedere che il suo ritratto sia appeso a bordo, accanto a quello del sultano.

In mare


 

Prima della Seconda guerra mondiale le navi del Lloyd, fatta eccezione per il trasporto dei coloni verso le colonie italiane d’Africa nella seconda metà degli anni Trenta, non sono mai state dotate dei famigerati cameroni dove i migranti venivano stivati come bestie nel ventre della nave e avevano il castello prodiero come unico luogo pubblico di “svago”.

Come racconta un cronista degli anni Venti: «tra i giuochi sportivi sull’apposito ponte, gli esercizi nella sala di ginnastica, il nuoto nella piscina, una sosta dal fioraio o nella Bottega d’Arte, una mezz’ora di lettura nella Biblioteca ed uno sguardo al giornale che si stampa a bordo e che reca le notizie più recenti dei due mondi; tra una visita dal fotografo ed il commento al bollettino di borsa o al discorso di un uomo politico, raccolto dal radioricevitore; tra lo charleston obbligatorio a tutte le ore, lo spettacolo cinematografico di sera e le audizioni musicali, la giornata passa via come un lampo, interrotta soltanto dai rintocchi del gong, che chiama alle mense».

Presi per la gola


 

L’esperienza del vitto a bordo era e rimane una delle principali attrattive per i passeggeri, dal quale dipende il successo o meno di una nave e dell’intera società armatrice. L’introduzione sulle navi della produzione artificiale del freddo (1875) e dell’energia elettrica (1881) permise la conservazione refrigerata delle vivande, affrancando la popolazione di bordo dai limiti alimentari e dal rischio di intossicazioni. Nel nostro Paese, grazie alla rinomata tradizione culinaria, gli armatori colgono da subito l’importanza della cucina come discriminante per la scelta fatta dai clienti per l’una o l’altra società armatrice. Come racconta un opuscolo degli anni Venti «nella classe di lusso si svolge il servizio misto “à table d’hotel” e “à la grande carte” come in pochissimi alberghi di eccezione. Una carta del giorno presa a caso è ricca di ben dieci antipasti, di sei potages e brodi, di due qualità di pesci, di sei piatti di carne, di quattro verdure, di un assortimento di quattordici varietà di carni al buffet freddo, di quattro insalate, di sei dolci, fra cui un gelato, di sei formaggi, delle più squisite qualità di frutta nostrane e delle regioni tropicali».